Tetti verdi

Al di là di mode o eccentricità spettacolari, al di là di tecniche o tecnologie differenti, ritrovo un filone di coperture verdi calpestabili che parte da tradizioni millenarie fino ad arrivare, a singhiozzi, a progetti pilota recenti. Voglio guardare a soluzioni funzionali ed esteticamente appetibili, soluzioni che diano piacere agli occhi e allo spirito, che siano nuovo motivo di incontro per una comunità, con spunti e riflessioni per il futuro – non per forza in ottica prettamente ambientalista – e che portino altrove e riportino qui, ovunque qui sia, in questo nuovo mondo a scomparti in cui ora ci troviamo.
Dalla Città eterna ai ghiacci del Nord, dalla Sardegna agli Etruschi. Quattro passi avanti e indietro nel tempo, rigorosamente su tetti verdi.


Tetti Verdi / 1: Divagazioni sull’antico

Di fronte al Colosseo, esattamente a nord-est e in posizione un po’ rialzata, si staglia il Parco del Colle Oppio: 11 ettari di verde che nasconde nel sottosuolo una porzione dell’immensa Domus Aurea di Nerone – 80 ettari in totale. La interrarono per obliterarla e riciclarla in parte per le fondamenta delle Terme di Traiano, le prime grandi terme pubbliche imperiali, costruite intorno all’anno 110, e tutt’ora visibili in alcuni punti. Prendiamo in considerazione una piccola parte che insiste sulle aree visitabili della Domus Area, ovvero ipogee e cave – scavate appositamente per rivelare l’antica villa imperiale. Il piano di calpestio in apparenza è quello di un semplice parco, ma funziona da copertura alla grandiosa area archeologica. Il progetto in corso del PARCO Archeologico del Colosseo (che include Colosseo, Foro Romano, Palatino e Domus Aurea appunto) con l’architetto paesaggista Gabriella Strano come responsabile dell’ufficio giardini, è quello di un giardino sostenibile grande 1 ettaro e mezzo, atto ad alleggerire la struttura romana dalla terra in eccesso, a monitorare l’umidità e la temperatura sottostanti, a impedire infiltrazioni e formazioni calcaree sull’impianto decorativo, e a proteggere da danni strutturali e da crolli già causati dalle radici degli alberi.

Dal punto di vista tecnico, il nuovo lavoro di stratificazione comprende in soli 80 cm di spessore, partendo dal basso, cioè dal soffitto dalla parte archeologica: un massetto magro altamente traspirante fatto di calce-pozzolana-perlite, un tessuto non tessuto contro le muffe, uno strato di vetro cellulare in granuli, una guaina in EPDM, e argilla espansa super leggera in superficie. Tutto il verde, posato ad hoc a schiena d’asino, è perimetrato da canalette per l’acqua in eccesso che viene smaltita poi attraverso caditoie nel sistema fognario. L’area attualmente è chiusa al pubblico e recintata, ma si nota immediatamente la differenza tra la vegetazione spontanea del Parco circostante, e la cura della parte dei lavori già terminata. Vi è lì un tappeto erboso tra vialetti che, nel disegno, riprendono l’andamento delle gallerie sottostanti: quasi a dare luce – metaforicamente e visivamente – a ciò che non ne ha più ma che ne aveva in origine, in una mappatura green di cui bisogna sapere decifrare la legenda per apprezzarla totalmente. Per renderla semplice: le olle (enormi vasi romani) marcano l’area del Grande Peristilio a cielo aperto (ovvero il portico del cortile di Nerone, poi chiuso da Traiano), mentre il Piccolo Peristilio ha avuto recentemente una copertura aggettante su tre lati, da cui ci si affaccia sul livello originale del cortile 10 metri più in basso. Inoltre è stata riportata in superficie una fontana, quasi in proiezione verticale: è originale nella struttura ma priva dei marmi, ed è riempita di piante dai fiori blu, come la lavanda, l’iris, i giacinti blu, i muscari e la vinca, a ricordo dell’acqua che vi scorreva anticamente. Al di sopra del Grande Cortile Pentagonale e dell’occhio della Sala Ottagona i lavori proseguono suddivisi in bacini a delimitare l’area in sicurezza. Alla fine di tutto, questo tecnologico green roof di una delle ville più maestose dell’antichità, sarà un luogo speciale di passeggio e di incontri, di pausa e meditazione.

Salgo ora verso l’estremo nord della Terra, in un regno di ghiaccio e di fuoco, pochi alberi e tanta torba: ecco l’Islanda. Tra le più grandi opere d’arte pubblica nazionale, al porto vecchio di Reykjavik, ho visto Thufa: 26 metri di diametro per 8 in altezza, con un sentiero calpestabile che si arrampica sul tumulo verde (thufa – Þúfa in islandese – significa ciuffo d’erba, ma anche collinetta) fino alla piccola baracca in cima, che fa da miniatura di un tipico essiccatoio per il pesce. Da qui c’è una vista particolare sulla baia di Faxaflòi, con tutta la potenza delle sue montagne spigolose e innevate dalla punta alla base. Ólöf Nordal, artista islandese, con questo lavoro del 2013 contribuisce a reinterpretare la tradizione locale e a portarla altrove, allargando il discorso sulla memoria collettiva intrapreso in “An experiment on turf” – un esperimento sulla torba. Eccolo il materiale locale per eccellenza, questa terra compatta dal potere isolante dai venti, il freddo, la neve. Il Turf Roof è stato per secoli tipico di tanti paesi nordici, e in particolare dell’architettura islandese. Considerando che l’Islanda venne abitata dai Norreni (Vichinghi per semplificare) a partire dal nostro Medioevo intorno al IX secolo, si possono calcolare circa mille anni di Turf Houses (in lista tra i siti UNESCO) utilizzate da tutta la popolazione, a qualsiasi livello ed estrazione sociale, fino a fine Ottocento: normalmente in zone rurali per fattorie e stalle e lavorazione del latte, ma anche come capanni per pescatori sulla costa, per case e luoghi di culto. La torba, prelevata dalle zone umide, pressata e resa quasi impermeabile in mattoni che hanno tagli diversi per risultati diversi, va a coprire il tetto in legno e ispessisce le pareti in pietra. Al di sopra di tutto si pone il manto erboso, alto e camaleontico, che dà stabilità e isolamento termico alla struttura. A volte le case sono semi-ipogee, ovvero fatte scavando in parte una collinetta così da coibentare ulteriormente almeno un lato dell’edificio. Spesso sono a schiera per proteggersi a vicenda. Hanno una forza rigogliosa queste case, che sono rifugi, ricoveri, tane, buchi di gnomi, elfi e fate.

A proposito di fate. Più vicine a noi, ma più indietro nel tempo, sono le Domus de Janas – le case delle fate, in sardo. Siamo nel Neolitico recente, a partire da 6.000 anni fa, in epoca pre-nuragica. Non si tratta di edifici abitabili e dunque sono un po’ al limite con la mia ricerca, ma alcune zone di queste domus, le anticelle, venivano usate per riti funebri. Ebbene sì, erano tombe. Nascoste nel paesaggio lunare dell’entroterra sardo arrivano fino al mare, talmente ben nascoste che tante ancora sono da scoprire: si dice che alla nostra vista ce ne siano più di 3.000 di queste cavità, tra quelle isolate (le più comuni), quelle raccordate in piccoli gruppi o in vaste necropoli. Sono grotticelle artificiali, anche su più livelli a ricoprire pendii e dorsali, dando così un effetto pluricellulare con tetti calpestabili – non totalmente verdi, vista la roccia. Le Domus de Janas sono state riciclate nel tempo come ricovero per animali, prigioni, botteghe e perfino abitazioni, e hanno la caratteristica trasposizione dell’architettura domestica, ovvero almeno internamente sono fatte a imitazione delle capanne, con l’illusione di soffitto e arredi, con petroglifi (incisioni di linee su roccia), porte e finestre, in una tecnica costruttiva a levare. Un po’ come facevano gli Etruschi del centro-Italia (che vengono molto dopo e da un indefinito oriente), dei quali di case non c’è traccia, ma le cui necropoli sono spettacolari.

A mezz’ora da Roma, a Cerveteri, c’è la Necropoli etrusca della Banditaccia: 10 ettari visitabili dei 100 totali, in un sito UNESCO entusiasmante. Già all’ingresso, su Via degli Inferi, si iniziano a vedere le enormi zolle erbose delle tombe a tumulo. Così le chiamava D. H. Lawrence nel reportage poetico “Paesi etruschi”, dopo il suo viaggio in Italia del 1927.  Lo scrittore inglese – lo stesso dell’audace romanzo “L’amante di Lady Chatterly” – lascia un diario d’amore a questa terra:

“Le città etrusche sono completamente svanite, come i fiori: solo le tombe, i bulbi, hanno resistito sottoterra […]. È come una casa ripulita e svuotata: gli inquilini sono andati via, e ora se ne aspettano di nuovi. Ma chiunque sia stato ad andarsene, ha lasciato dietro di sé una sensazione gradevole, che scalda il cuore e accarezza le viscere”.

D. H. Lawrence

Fortunato fu Lawrence a esplorare queste tombe ai primi sterri ufficiali. Il paesaggio doveva apparire vagamente collinare, con molte vie ancora interrate, alcuni varchi nei sepolcri aperti per o dagli animali, e ancora da pochi tombaroli. Questi tumuli monumentali del VII-VI secolo a.C. – che è il periodo di massima ricchezza etrusca detto orientalizzante – sono strutture tufacee circolari in parte scavate e in parte costruite: da fuori si vede solo l’anello del tamburo, ovvero la base, in un’alternanza di colori dal rosso al bianco a seconda della pietra utilizzata, e spesso con una sorta di gocciolatoio per l’acqua di risulta, non trattenuta dall’erba; sopra infatti vi è una scoppoletta verde-prato a proteggere il regno dei morti dal regno dei vivi. Poi, entrando, il dromos porta al centro dove l’isolamento è a 360 gradi: termico, acustico, da infiltrazioni e umidità – è il passaggio verso la dimensione ultraterrena. Il prato aggiunto in cima è lasciato naturale, privo di alberi ma fiorito, e all’interno ha un tetto piatto o a capanna, con travi scolpite o dipinte, e tutto il necessario per una nuova vita.

Sono solo quattro passi, lunghi passi nel tempo e nello spazio, ma vorrei portassero a guardare oltre il livello dell’orizzonte che siamo abituati a guardare: appena sopra l’obiettivo che incornicia in un ritratto l’architettura che abitiamo, per poter pensare oltre al verde che c’è già in basso, anche uno nuovo da reinventare in alto. E che sia ogni volta un verde adeguato al luogo, che sia autoctono (per quanto si possa dire in città) e che protegga: questo potrebbe essere il riferimento ripreso dagli antichi.


Dall’Auditorium Parco della Musica al Rogner Bad Blumau, dal nuovo Rettorato dell’Università degli Studi di Roma Tre al Liceo Keplero di Roma. Sono i tetti verdi di questo secolo:

Questi giardini aerei agiscono da copertura per la piazza pubblica sottostante, riportando comunque al loro livello le stesse funzioni delle aree al piano strada, come camminamenti, luoghi di incontro e relax. […] L’ambiente architettonico e il verde progettato sono in delicata simbiosi, attraverso varchi e aperture e trasparenze.

Li vedremo il prossimo 7 gennaio su Biosfera.

Storica dell'arte e autrice di base a Roma, ama viaggiare in solitaria per nuove ispirazioni. Scrive articoli, racconti e poesie. Ha pubblicato rubriche per Exibart on Paper, Inside Art, Arte e Cronaca, Marco Polo. Specializzata in arte contemporanea con master in business, è tour designer e guida turistica a Roma per visite private, e collabora a programmi di Università italiane e statunitensi.
È autrice e voce di Il Mio Bestiario, podcast settimanale con "brevi storie di animali strani molto umani".