Romaeuropa durante la pandemia

Dopo la chiacchierata con Pietro Fuccio di DNA Concerti, proviamo a capire con Claudia Cottrer e Matteo Antonaci della Fondazione Romaeuropa – che, tra l’altro, occupa l’altra metà dell’ex-lavatoio lanario dove sono le Industrie Fluviali – come la pandemia cambi il futuro dell’organizzazione dei festival performativi.

Romaeuropa Festival Pandemia

Abbiamo programmato su due anni gli spettacoli che, per i motivi legati ai contingentamenti e all’impossibilità di viaggiare, non potevano essere presenti lo scorso anno

Intervista a Claudia Cottrer e Matteo Antonaci della Fondazione Romaeuropa

Romaeuropa è un caso unico a Roma. È un attore autorevole nel panorama europeo delle arti performative contemporanee – per dire, il Wall Street Journal lo ha indicato fra i 4 top festival europei. È un festival capace di attrarre la partecipazione di moltissimi spettatori con una programmazione che lascia campo alla sperimentazione di nuovi linguaggi.
Ed è una manifestazione che procede con costanza da quasi 36 anni.

Nel 2020, nonostante la pandemia, Romaeuropa Festival, con la direzione generale e artistica di Fabrizio Grifasi, è riuscita ad allestire un programma di decine di spettacoli in presenza: Fabrizio ha scelto di non ridurre la programmazione, ci siamo fermati a 44 spettacoli per via del decreto del 25 ottobre che ha interrotto gli eventi al pubblico”, ci spiegano Claudia Cottrer e Matteo Antonaci della Fondazione Romaeuropa, che si occupano rispettivamente di marketing e sviluppo e dei contenuti editoriali.
“Solo due cose sono sostanzialmente cambiate rispetto al 2019: il prezzo dei biglietti è stato ribassato per andare incontro alle difficoltà del momento, e i posti disponibili sono stati ridotti per ragioni di contingentamento. Abbiamo di conseguenza avuto circa il 75% di partecipanti in meno rispetto agli anni precedenti, 13mila contro i 76mila del 2019″.

Una scelta resa possibile dal sostegno di una rete di stakeholder consolidata in anni di presenza, ma anche la testimonianza di un approccio progettuale mai pigro.
“L’anno scorso ci siamo presentati con un manifesto di intenti, Con-tatto. Un modo di essere presenti per tutto il comparto dello spettacolo e, contemporaneamente, un modo di entrare in contatto con delicatezza e nella consapevolezza di una situazione così complessa e critica per tutto il mondo.
“Abbiamo ragionato su una biennalità, impegnandoci a programmare su due anni tutti quegli spettacoli e quegli artisti che, per i motivi legati ai contingentamenti e all’impossibilità di viaggiare con facilità, non potevano essere presenti lo scorso anno”.

La XXXVI edizione di Romaeuropa Festival si svolgerà dal 14 settembre al 21 novembre 2021, portando a compimento questo percorso biennale. Nel frattempo, i festival di tutto il mondo si sono frequentemente riadattati online. E se la trasposizione in streaming degli spettacoli è sembrata spesso un atto più simbolico che progettuale, l’indagine che Romaeuropa porta avanti da anni sul rapporto fra gesto performativo e linguaggi digitali ha trovato un ulteriore terreno di ricerca.
“Portiamo avanti da anni una sezione del festival completamente dedicata al digitale. Prima era costruita in forma espositiva – Digital Life. Poi, è diventata un terreno di esplorazione dei rapporti fra performance e digital culture , alla ricerca di palcoscenici online e delle potenzialità dell’utilizzo di media digitali.
“Attualmente, EXTRACT e Take Over sono i due progetti con cui rispondiamo all’esigenza di metterci in ascolto del presente. In ascolto di una serie di tematiche che di solito esploriamo attraverso le voci degli artisti e che, in questo momento di palcoscenici chiusi, vogliamo esplorare attraverso altri sguardi”.

“Cinematique” di Adrien M & Claire B. Da EXTRACT, spettacoli dall’archivio della Fondazione Romaeuropa

“Se con EXTRACT stiamo lavorando coi nostri archivi portando avanti un progetto legato principalmente alla memoria, con Take Over la scelta è stata uscire dal perimetro delle arti performative, per entrare in una dimensione a metà fra progetto editoriale e progetto di comunicazione. Siamo partiti dagli strumenti di comunicazione del festival, approfondendoli, portandoli in una dimensione che si muove su vari territori.
“Nessuno spettacolo in streaming sostituirà la fruizione dal vivo, che ha specificità chiare che riguardano il rapporto diretto e la compresenza di pubblico e artisti. Però, nel periodo del lockdown, abbiamo visto nascere una serie di format che lasciano intuire possibili sviluppi e aperture in ambito artistico. Ad esempio a livello di gamification, con Travis Scott su Fortnite e vari concerti su Minecraft”.

In parte, questa capacità immaginativa legata al lockdown si può riscontrare anche nei contenuti e nelle forme degli spettacoli sviluppati nell’ultimo anno.
“Non si riesce ancora a misurare l’impatto della pandemia sui contenuti degli spettacoli, ma alcune produzioni hanno già avuto modo di rapportarsi e confrontarsi con la situazione che stiamo vivendo. L’anno scorso, ad esempio, la regista greca Elli Papakostantinou ha portato in scena a Romaeuropa Traces of Antigone, uno spettacolo-concerto sviluppato fra palco reale e virtuale, con un cast completamente femminile. Le performer agivano non solo sul palco ma anche all’interno della cornice di ZOOM. Le finestre della piattaforma diventavano una metafora dell’ancestrale condizione di reclusione femminile nelle mura domestiche ma anche una possibilità di libertà e di rottura degli schemi. Sasha Waltz, invece, ha creato la coreografia d’apertura con i distanziamenti fra i danzatori, distanziandoli ed evitando il contatto fra loro. È stata una grande sfida”.

Con Mezzo Pieno, proviamo a capire quali insegnamenti, buone pratiche ed esperienze porteremo con noi nel futuro post-pandemico.
“Questa esperienza ci ha dato maggiore capacità di affrontare i cambiamenti con la stessa forza e la stessa volontà.
Speriamo che ci siano dei lasciti rispetto all’idea di sovrapproduzione, una riflessione sul rallentamento dei ritmi che riguarda anche l’arte e non solo gli altri comparti. Certamente ci sarà una maggiore consapevolezza del rapporto con i media digitali e con l’online: non uscirà più fuori dalle nostre abitudini l’idea che uno spettacolo possa essere fruito anche dal web, e abbiamo scoperto che tanti viaggi e trasferte per organizzare alcuni meeting non sono sempre necessari, in un’ottica di salvaguardia dell’ambiente”.


L’intervista a Claudia Cottrer e Matteo Antonaci di Romaeuropa è il secondo contributo del capitolo di Mezzo Pieno dedicato ai festival e agli spettacoli dal vivo in epoca di pandemia. Leggi anche i contributi del primo capitolo dedicato agli spazi rigenerati.

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