Intervista a Pietro Fuccio DNA Concerti

La bolla dei concerti: intervista a Pietro Fuccio

Nel primo capitolo di Mezzo Pieno 2021 abbiamo già visto il ruolo dei teatri nel benessere collettivo delle comunità. Il secondo capitolo lo dedichiamo interamente agli spettacoli dal vivo, iniziando con un’intervista a Pietro Fuccio di DNA Concerti che ci parla di streaming, pigrizia e della bolla dei concerti.


La priorità di tutti quanti in questo momento dovrebbe essere mantenere aperto e vitale il canale di collegamento con il pubblico.

Intervista a Pietro Fuccio

Lo scorso 23 febbraio, Pietro Fuccio e la sua DNA Concerti hanno trasmesso in streaming la prima puntata di Cosa Diavolo Ci Faccio Qui, un live show con molti ospiti musicali che, invece di limitarsi a una carrellata di esibizioni per colmare il vuoto di palchi e platee, ha provato ad alimentare una riflessione su questo anno di concerti digitali.
Già, perché è ormai da un anno che le performance musicali trovano più facilmente dimora on-line piuttosto che nei club, negli auditorium, nelle piazze e negli stadi. E ci siamo chiesti se lo streaming fosse l’unica soluzione disponibile per adattarsi alla pandemia, almeno per gli eventi più grandi, o se fosso solo la più immediata a cui pensare.
E allora lo abbiamo chiesto anche allo stesso Pietro Fuccio:

“Ci si è concentrati sul fatto che lo streaming era l’unica cosa che si potesse fare, e lo si è fatto in maniera troppo meccanica e passiva, senza valutare se la cosa comportasse dei rischi. Ma accanto a chi ha agito senza pensare troppo alle conseguenze, c’è anche chi ci si è buttato capendo che potenzialità poteva avere lo streaming nel tagliare le gambe a una serie di operatori sul mercato.
C’è chi non immagina le conseguenze delle proprie azioni e c’è chi le immagina fin troppo bene.
Lo streaming di un certo livello, infatti, è una cosa che taglia fuori un sacco di operatori che non se lo possono permettere, nonché un sacco di lavoratori. Chi è in una posizione di forza può permettersi in un colpo solo di eliminare diversi concorrenti e liberarsi di certi costi di produzione, a detrimento di tantissime professionalità che vengono tagliate fuori”.

Certo, ci troviamo di fronte a meccanismi ai quali l’evoluzione dei consumi e le trasformazioni del mercato ci hanno abituati. Ma se la diffusione di una maggiore dimestichezza con lo streaming è stata preziosa per il prosieguo di molte attività, fra un concerto dal vivo e una trasmissione video c’è davvero troppa differenza. E questa trasformazione dell’offerta risponde a un’emergenza sanitaria, e non a un cambio delle abitudini degli utenti.

Il cambiamento non sta avvenendo in maniera spontanea, non risponde a un’esigenza del pubblico, ma avviene per esigenze di risparmio degli organizzatori e facendo leva sulla pigrizia del pubblico. Un meccanismo che si alimenta con la solidarietà dell’utente che decide di supportare gli artisti attraverso l’acquisto di eventi in streaming, anche se quella solidarietà diventa controproducente”.


La prima puntata di Cosa Diavolo Ci Faccio Qui, prodotta da DNA Concerti e condotta da Silvia Morigi, Pietro Fuccio ed Emiliano Colasanti, ha visto esibirsi fra un’intervista e l’altra Adriano Viterbini, Marco Fasolo, Dieci, Nicolas Ballario, Auroro Borealo e Vanbasten

Bisogna però dire che ci sono stati esempi di una diversa programmazione, pensata per adattarsi alla condizione pandemica restando fedeli all’idea che un’esibizione musicale sia anzitutto un’esperienza condivisa (nel nostro piccolo, lo abbiamo visto anche alle Industrie Fluviali). Anche se si tratta perlopiù di iniziative limitate nella partecipazione, che non sembrano possano adattarsi facilmente alle platee dei grandi artisti internazionali.

“Tutte le iniziative che sono andate nella direzione di mantenere aperto un canale di comunicazione con il pubblico – le arene con i ‘pod’, concerti per piccoli pubblici, drive-in, spazi circoscritti – per quanto disomogenee, sono state tentativi lodevoli di dire al pubblico: ‘Oggi possiamo fare solo così, ma facciamolo’. Non è il massimo, alcuni risultati sono stati migliori e altri molto meno, ma va detto che in generale in Italia le iniziative sono state poche poiché è mancata la proattività nell’idearle.
Una caratteristica tipica degli organizzatori di concerti è la capacità di risolvere sempre i problemi. A fronte del lockdown molti di noi avrebbero dovuto dire: ‘il problema è irrisolvibile, ora ti dimostro come riusciamo a risolverlo’. Purtroppo in questa situazione è prevalsa la paraculaggine, il diavoletto sull’altra spalla che suggeriva di chiudersi in casa, attendere i ristori e chiedere i soldi dei biglietti già venduti”.

E qui veniamo al ruolo dell’amministrazione pubblica, di certo non proprio marginale.

“L’azione legislativa non è stata di supporto. Molte progettualità sono state accantonate all’arrivo di un nuovo decreto che rimescolava le carte, e la difficoltà nell’inseguire l’evolversi delle restrizioni è diventata un alibi per non intraprendere iniziative.
Va anche detto che c’era un altro legittimo timore. Cioè che organizzare concerti molto piccoli potesse essere controproducente, e che si potesse trasmettere l’idea che se un concerto si può fare in quel modo possiamo continuare a farlo in quel modo sempre, impedendo l’avvio di interventi di sostegno al settore”.

Ma in un contesto così indebolito e in uno scenario così incerto, quali priorità si possono individuare?

“La priorità di tutti quanti in questo momento dovrebbe essere mantenere aperto e vitale il canale di collegamento con il pubblico. C’è stata una crescita inarrestabile della vendita di biglietti dei concerti negli ultimi cinque anni prima della pandemia, un interesse crescente che va rispettato. Ma se non fai qualcosa per mantenerlo, questo contatto con una gran parte del pubblico finirà per scomparire“.

Il che ci porta a chiederci che situazione possiamo immaginarci per il dopo-pandemia.

“Qualcuno dice che, una volta terminata la pandemia, andrà a vedere concerti tutte le sere. Io individuo purtroppo tre problemi. Il primo: le persone, per quanto dotate di buona volontà, avranno meno soldi, per via della chiusura e della crisi di molte attività. Il secondo: molti continueranno a portarsi dietro per sempre una certa paura degli assembramenti. Il terzo: si sarà persa l’abitudine di andare a vedere certi concerti. Quel dato relativo alla vendita dei biglietti dei concerti fino all’inizio del 2020, quella crescita costante, è un dato viziato da un momento di interesse inconsueto, e non possiamo dare per scontato che un settore in crescita sarà in crescita in eterno. Questo è il classico errore di chi si trova all’interno di un settore in espansione e si rifiuta di pensare che potrebbe trovarsi in una bolla. Questo non vuol dire che il settore non avesse ancora margini di crescita prima dell’arrivo del covid, ma se pensiamo di ripartire da dove siamo rimasti prima della pandemia commettiamo un errore gigantesco, probabilmente solo per darci fiducia. Però la fiducia nel futuro dobbiamo averla senza scadere nell’ingenuità. La pandemia ci ha preso alla sprovvista, ma i risvolti delle sue conseguenze hanno un numero finito e dovremmo affrontarli con programmazione”.


L’intervista a Pietro Fuccio è il primo contributo del secondo capitolo di Mezzo Pieno 2021, Prospettive sulla Pandemia Permanente. Leggi anche i contributi del primo capitolo dedicato agli spazi rigenerati.

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