fraseggi dalla città in piena

Fraseggi dalle Città in Piena

Gli Appunti dalle Città in Piena sono il contributo di Anna Scirè alle serate di Metronauti, il radio live show di Valerio Mirabella e delle Industrie Fluviali. Brani che setacciano in verticale quel gigantesco organismo vivente che chiamiamo città traendo ispirazione dagli ospiti che, di volta in volta, si alternano ai microfoni di Metronauti.
Li pubblichiamo su Biosfera, ma si possono anche ascoltare dal vivo sulla terrazza delle Industrie Fluviali e in podcast su Spreaker.


Come fai a infilarti nel dedalo di strade delle cose non ancora successe? Come fai a orientarti nei territori mai visitati delle ore a venire?

Anna Scirè
Ascolta “METRONAUTI #3 – Ospite Sara Jane Ceccarelli (18/06/21)” su Spreaker.

I Metronauti del 18 giugno sono stati Sarah Jane Ceccarelli e i suoi musicisti, che hanno portato sul palco uno show unplugged capace tanto di emozionare quanto di divertire. Suoni e parole che ci hanno portato sulla Via Lattea del suo ultimo album, alla scoperta della meraviglia che la musica porta con sé. A partire dagli Appunti dalla Città in Piena di Anna Scirè che ci hanno ricordato che il jazz, coi suoi fraseggi e le sue improvvisazioni, è come la vita.


Una delle cose migliori della vita, si dice, è che non sai cosa viene dopo. Ah no, un momento, forse si dice del viaggiare e del visitare posti mai visti: una delle cose migliori del viaggio, è il non sapere cosa c’è dietro l’angolo
Non lo sai, cosa viene dopo, cosa c’è dietro l’angolo, cosa sta per succedere. 
Ma allora come fai ad andare incontro a tutto questo e infilarti nel dedalo di strade delle cose non ancora successe? Come fai a orientarti nei territori mai visitati delle ore a venire?
Eh. Lo fai perché sai improvvisare, e sai improvvisare perché sei un jazzista. Ma io non sono un jazzista. Eh no, siamo tutti jazzisti. Ma io non sono neanche musicista. Eh bé, magari non sarai musicista, ma jazzista lo sei di sicuro. Perché il jazz è come la vita, e una delle cose migliori del jazz, è che non sai cosa viene dopo. 

Ed è anche una delle cose migliori delle metropoli e delle loro storie, nel loro essere eterne cambiando continuamente, nel loro scoprire improvvisamente quartieri che per decenni erano rimasti invisibili, nel loro ospitare abitanti provenienti da mondi distantissimi che condividono lo stesso isolato, lo stesso pianerottolo, lo stesso battito, perché si pulsa all’unisono, e nessuno, nessuno sa cosa viene dopo. In questo momento unico e nuovo, incastrato tra il prima e il dopo, al centro dei quattro punti cardinali, vi diamo il benvenuto alle Industrie Fluviali, in questa terrazza che, vent’anni fa, nessuno avrebbe potuto immaginare diventasse un teatro così, in un momento così e con delle sensazioni così. Bentrovato nell’ultimo giorno della tua storia conosciuta, e contemporaneamente, benvenuto, oggi è il primo giorno del resto della tua vita. Benarrivati a tutti i jazzisti, anche quelli che non hanno mai preso in mano uno strumento perché suonano lo strumento più complesso, con tasti, corde e fiato, il fiato tutto, finché ce n’è, ovvero l’esserci. L’improvvisatore si lancia, si sbilancia, dimentico di sé, perde la propria identità mentre la ritrova, la ritrova mentre la perde, la ritrova, chissà, forse perché la perde. Poi da quei flutti fitti e profondi riemerge, torna, il fuoco si placa, la calma ubriaca lo riporta tra noi, apre gli occhi e il respiro, uno sguardo di consegna del testimone, consegna del fuoco, e si va.

fraseggi dalla città in piena - sarah jane ceccarelli in trio sul palco delle Industrie Fluviali
Lo showcase di Sarah Jane Ceccarelli durante Metronauti alle Industrie Fluviali

Nel jazz, a turno, si vola. Si vola in alto sui tetti e le vette e si vola in basso nelle viscere delle terre madri e delle metropoli. Colui che vola, crea correnti, crea vertigini, crea migrazioni per sé e per gli altri, mantiene la fiamma accesa, raccontandone la propria versione e offrendone la propria visione, diventando portale sull’ignoto, pellegrino alla sorgente dell’ispirazione, sciamano transitorio, temporaneo Prometeo. Si dice che il jazz sia democratico, perché ogni componente della band diviene profeta per un momento, nel momento dell’assolo, un po’ come in una società ideale, in cui tutti a turno possono esprimere la propria unica voce, che raramente sarà una voce ragionata e pianificata, al contrario, spesso si tratta proprio delle note più dissonanti, più imprevedibili, momenti di randagio volo, la libertà dell’assolo, delirio puro e abbandono delle strutture conosciute per esplorare modi altri di stare al mondo. Ognuno racconta le proprie note incognite, consegna il proprio viaggio e messaggio mai edito al resto dell’Ensemble, rivelatore di una nostalgia tribale dello stare insieme a dondolare, a battere i piedi sulle terre nude, ognuno per sé, ma in un cerchio che include. Come diceva un jazzista, è sacrosanto suonare le note, ma bisogna suonare anche le i-gnote. E nell’alternarsi vertiginoso delle improvvisazioni di tutti noi, come abitanti della stessa enorme metropoli brulicante, insieme, cambiamo la musica, ci trasformiamo nel profondo, senza sapere cosa c’è dietro l’angolo, cosa succede tra un secondo.

E questa è la musica, e come spesso quando si parla di jazz, è anche la vita. Tutti noi pensavamo di aver tutto programmato, logico e pianificato, ma poi abbiamo scoperto che non era così. Saranno gli anni venti, chissà. Gli anni ruggenti, the roaring twenties, che nel secolo scorso hanno sconvolto tutti, portando epidemie, crisi identitarie, collassi finanziari, conflitti razziali, abissi profondi da cui sono emerse proprio quelle note che hanno permesso alla società di cambiare. Guardando a quegli anni, ne rintracciamo tutto il vibrare creativo e ne riconosciamo elementi importantissimi per ciò che siamo diventati. Le città diventavano melting pots, le donne cominciavano a votare e a portare i capelli corti, cominciò a diffondersi il cinema, la radio. La radio che mica ce l’avevano tutti e che dunque si andava a sentire insieme, dentro i bar, nei locali pubblici, per ascoltare i suoni dell’altrove, e come noi che siamo qui stasera a “vedere la radio”, allora si andava anche a sentire e a vedere il jazz, che proprio in quegli anni trovava la sua identità e diventava il jazz che conosciamo noi. Anni venti, gli anni del ballo, del ballare, che in metropoli come Berlino, Parigi e New York, diventò riscatto dalla crisi, rituale collettivo del tentativo di scrollarsi di dosso la guerra, liberazione euforica dall’orrore, e un anno fa, 2020, cento anni dopo, i locali in cui si balla, gomito a gomito, in cui si prosegue il rito collettivo di corpi e suoni e battiti nelle città del mondo, proprio questi locali vengono chiusi, sbarrati, il volume si azzera, chi balla è un bandito, strusciarsi è proibito. 

A volte si deve morire. Forse è l’unico modo per tenere il fuoco vivo. Il silenzio è musica, tanto quanto le note. Il giorno in cui morì, Charles Mingus, uno dei musicisti fondamentali per l’identità del jazz, aveva solo 56 anni e si trovava a Cuernavaca in Messico. La leggenda vuole che nello stesso giorno 56 balene andarono a morire arenandosi nella spiaggia di Acapulco. Noi proprio all’inizio di questi anni venti abbiamo visto, o forse sognato di vedere, balene e delfini di ritorno nelle nostre coste, cervi in città, volpi nei tunnel delle metro. I delfini son tornati al Gran Canale, ci hanno detto, le volpi han fatto la tana giù alla Cattedrale, e non importa se sia vero o no, quello che importa è altro: quante volte ci siamo avventurati nell’abisso di qualcosa, ché ogni cosa ha un abisso, e poi ne siamo tornati portando con noi una fiammella, per noi e per gli altri, sciamani disorientati, volo randagio, facciamo piano, adagio, ci sono infiniti modi di suonare, e di vivere, e di viaggiare. Uno dei modi migliori per capire una città è perdercisi dentro. Forse anche uno dei modi migliori di suonare.

Una volta un jazzista, mentre stava seduto sulla sua poltrona accarezzando il sax e il gatto, entrambi sulle sue cosce, mi raccontò che Miles, Miles Davis, aveva un modo tutto suo di incitare i suoi musicisti all’assolo. Mentre si suonava a pieno organico, c’erano momenti in cui uno di loro si perdeva, si disorientava, come se prendesse una via sbagliata e avesse avuto bisogno di fare il giro dell’isolato, per tornare a unirsi al resto della band. Chi suona, o chi si è mai perduto in una città, sa bene di cosa parlo e che sapore ha quello smarrimento, per quanto spesso breve, brevissimo. In quel preciso momento, mentre quel musicista aveva perso la rotta, Miles incitava all’assolo proprio lui, voleva sentire e far sentire al resto dei presenti che sapore ha la direzione perduta, che stella indica lo sciamano cieco. Il musicista partiva con l’assolo, e restituiva a se stesso, alla band e al pubblico, l’irripetibile rotta del naufrago, sogno della deriva. 

Solo quando ti perdi sei pienamente presente, o per dirla con Rebecca Solnit, che ha scritto una potente Guida sull’arte di perdersi, soltanto quando sei perduto sei te stesso. Perdersi, per Solnit e per noi Metronauti, non è più un incidente di percorso, ma diventa IL percorso, una scelta vitale, un desiderio viscerale, un bisogno urgente di diventare nessuno e chiunque, di scrollarsi di dosso le catene che ti ricordano chi sei e chi gli altri pensano tu sia. Perdersi diventa modo onesto di vivere, accettare davvero, che di fatto, cosa c’è dietro l’angolo, non l’avevi saputo mai, neanche nella tua stanzetta da bambino, né al Cairo, a L’Avana o a Pechino. E alla domanda di Platone, “Come farai a trovare quella cosa la natura della quale ti è sconosciuta?” la Solnit non risponde ma ci ricorda che quelle cose che noi desideriamo ardentemente, cose come l’amore, la felicità, l’ispirazione, sono trasformative per natura, e non potremo mai sapere in anticipo che tipo di metamorfosi quelle cose potentissime potrebbero significare per la nostra identità, ma, pazzamente, le desideriamo ugualmente, nonostante la trasformazione che ci aspetta, o forse, proprio per quella trasformazione, speranza ultima di liberarsi di sé. 

Paganini non ripete e nessuno di noi lo fa. Il jazz è meticcio e così siamo noi, tutti. Un maestro zen a cui un giorno era stato chiesto come si faceva a diventare saggi, rispose: “Di fronte alla prossima decisione, prendi la scelta che non prenderesti.” Cambia. Perditi. Improvvisa. Questo può essere uno dei modi, per diventare un monaco zen, per suonare il jazz, e anche per stare al mondo. 

Durante il primo dopoguerra si parlava molto del “tornare alla vita di prima”. Sembrava impossibile, ad alcuni sembrava un sogno, ad altri un incubo. 
Niente fu come prima. Le donne ormai portavano i capelli corti, andavano a votare. C’era la magia del cinema, l’andare a sentire la radio. Non si poteva tornare indietro e si andò avanti. Alcuni diventarono più cupi ma altri si innamorarono di te, di me, di noi gente del futuro, creando per noi dada e avanguardie. I musicisti avevano sperimentato una libertà pazza da cui nessuno sarebbe mai rinsavito. 

Nell’individuo, il senso dell’insieme. 

Nel cerchio corale, il luogo per eccellenza per trovare la propria voce.

Nella crisi, l’intuizione di un futuro migliore che vuole arrivare. 

Nel perdersi nei vicoli delle metropoli, ritrovare identità e focolare. 

Se c’è un jazzista in sala, con strumento o senza, noi volevamo dirvi, ecco: grazie. What a wonderful world.
Metronauti, Industrie Fluviali, Storie e Musica fra i tetti, è tutto dagli Appunti dalle città in piena.

E adesso, improvvisiamo.

—Anna Scirè


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