Il condominio de I Giusti di via Ostiense 103

I Giusti di via Ostiense 103

C’è la Roma dei turisti innamorati di Roma, innamorati dell’antico, del Papa, dei gabbiani e della carbonara. C’è la Roma dei reportage dalle periferie-di-cui-nessuno-si-interessa. C’è la Roma dei cinematografari, dei palazzinari e dei ministeri. C’è la Roma dei record, dove tutto è più grande, più vecchio, più bello, più decadente, più problematico. E c’è la Roma che tutti i romani provano a racchiudere in una definizione che sfugge, che non basta mai, sempre migliorativa o peggiorativa, senza sfumature fra supponenza e complessi di inferiorità. È la Roma dove vivono i romani, la Roma de I Giusti di via Ostiense 103.


Fritto è più buono tutto, anche i ricordi

Proprio lì, all’angolo tra le rovine dei Mercati Generali e l’incrocio con il maggior numero di incidenti di tutta via Ostiense, c’è un grande edificio grigio composto da tre scale, nove piani ognuna – anzi dieci se contiamo gli ex lavatoi in cima, quattro appartamenti per ogni tasto dell’ascensore, per un totale di circa trecentotrentatre esseri umani che ci abitano, nel quale ho vissuto per un anno e nel quale ho raccolto alcuni ricordi che vi voglio raccontare.

Per simpatia, più che vero amore per la verità, voglio anche dire che parte dei ricordi mi sono stati sistemati nella memoria dal mio migliore amico. Che si chiama Enrico, anzi Erico, senza la n, perché stiamo a Roma e a Roma alcune cose sono importanti, altre per niente.
Erico da bambino giocava con i suoi amici a calcetto nel cortile interno di Via Ostiense 103, dove è nato, e dove sono nati anche il fratello di Mario Brega e Valerietto, proprietario di Cencio, quello dove ti dicono le parolacce mentre mangi. Erico da bambino prendeva, insieme agli amici del calcetto, i ravioli da un ristorante cinese che si chiamava Bella Cina, che oggi è diventato un posto di sushi e tavolini bianchi e neri, e che allora aveva le lampade di carta rossa e i tovaglioli rosa cangiante piegati a forma di cigno. I ravioli non li prendevano alla cassa, ma direttamente dal cortile perché le finestre del seminterrato affacciavano e tuttora affacciano lì. Loro bussavano sulle finestrelle, qualcuno apriva per prendere le monete rimediate dalle tasche e queste si trasformavano in ravioli. L’odore di fritto c’è ancora e ogni volta che lo sento mi chiedo chissà come lo avrebbe descritto Proust. Perché c’è poesia nei biscottini da the, ma si sa che fritto è più buono tutto, anche i ricordi.

La carbonara della Sora Leda, una de I Giusti di via Ostiense 103
La carbonara della Sora Leda

Togliendo lui, la mia persona preferita lì dentro è la Sora Leda, mia ex dirimpettaia, 90 anni compiuti a dicembre scorso e festeggiati nel cortile. La Sora Leda è lunga e stretta, con i capelli tagliati a spazzola, grandissima tifosa della Roma, abbonata in curva Sud fino a un paio di anni fa, dove andava con la figlia, abbonata pure lei, che ce la portava tutte le domeniche. Anche le nipoti sono grandissime tifose della Roma. Infatti, mi ha raccontato che nel giorno dell’addio di Totti (a cui partecipò, ovviamente) la chiamarono piangendo e dicendo “A no’ e mo come cazzo famo?“.
Il primo giorno che stavo lì mi ha bussato e dato un piatto di carbonara arricchita con salsiccetta perché aveva deciso che non avevo avuto tempo e forze per cucinare, e infatti aveva ragione. A Natale invece mi regalò un peluche di un orso con attaccata una coccardina rossa e verde da appendere alla porta perché “Te pare che sei l’unica senza gnente, tocca rimedia‘”.
Diverse volte mi ha fatto vedere casa sua, dove una parete è pienissima di cornicette d’argento con dentro tutta la famiglia, l’altra pienissima di poster della Roma d’antan, tra cui spiccano Paulo Roberto Falcão, Rudi Völler e, vabbè, naturalmente er Sor Francesco Totti. La sua occupazione principale, aldilà della Roma, delle nipoti, dell’essere sicura che tutti abbiano da mangiare, è spolverare il cane di porcellana che ha messo su un trespolo sul pianerettolo, sotto a un centrino inamidato.
L’amore sta sempre nelle piccole cose ma anche nelle cose piccole, in effetti.

I Giusti di via Ostiense 103

Togliendo Erico e la Sora Leda, ci sono i pensionati che abitano nella panchina di fronte al portone. Sono tanti, non li ho mai conosciuti tutti, sono rumorosi, spesso incazzati e bellissimi. Quando dico che abitano la panchina voglio dire che l’avevano legata a un palo con una catena di un motorino e dietro ci avevano scritto enorme col pennarello nero:

PANCHINA PENSIONATI

Tra loro abbiamo: Nandino er pescivendolo, collega di mio nonno Mario che pure lui era pescivendolo e insieme lavoravano ai Mercati Generali. Misino, grandissimo scommettitore di cavalli, che però dicono porti sfiga anche se vince sempre (anzi, bisogna proprio dire che quando lui entra al centro scommesse, gli altri escono, correndo quanto l’età lo permetta e anche un po’ più veloce). Er Cinese, proprietario del ristorante, che pure lui vince sempre, non porta sfiga ma lo odiano tutti perché si arrabbia come un pazzo quando qualcuno gli copia le giocate. Uno di cui non ho mai saputo il nome che ha gli occhiali rossi e quattro chihuahua. Un altro ancora di cui non ho mai saputo il nome ma mi è stato presentato dicendo solo “Nun je da’ mai la mano che quello se gratta sempre er culo” e un altro po’ di personaggi che mi hanno subito fatto innamorare per il semplice fatto di esistere e di scendere al bar con i calzini e gli zoccoli di legno addosso.

La panchina de I Giusti di via Ostiense 103, di fronte al centro scommesse, riporta la scritta: Inps Ostiense, Panchina Pensionati
La panchina de I Giusti di via Ostiense 103

Ah, anche Leda è una di loro. Non tanto per spirito di appartenenza quanto per il fatto che l’unico tema che sta veramente a cuore a tutti loro, è il calcio. Così tanto a cuore che dal momento che urlano a qualsiasi ora, qualcuno (non si mai capito chi sia stato ma chiunque sia stato è stato un po’ uno stronzo), una notte ha preso la panchina e l’ha fatta sparire. Poco male perché i ragazzi si sono subito riorganizzati e oggi si siedono sul guardrail antistante il portone, in mezzo all’incrocio più rumoroso di Via Ostiense, urlandosi addosso come sempre e battendo con una bella goleada secca tutto il rumore di tutto il traffico.

Tolto Erico, la Sora Leda e i panchinari d’assalto, ci sta Trifone, ex portiere storico, detentore di almeno dieci mandati, che abita in una casetta indipendente proprio al centro del cortile. Ha una moglie che nessuno vede mai, due cani che abbaiano sempre, un orto tutto intorno e almeno una volta a settimana vende cozze e vongole di sottobanco, freschissime, tenute in esposizione meglio che al mercato, tra i vasi del basilico e quelli dei gerani. Ho saputo che una volta ha provato a rivendere anche l’abbacchio, che è arrivato intero ed è stato poi porzionato sul tetto della terrazza condominiale della scala C. I dettagli ce li risparmio, ma me lo ha detto Leda quindi è vero per forza.

Tolto Erico, la Sora Leda, i panchinari, Trifone, ci sta l’ascensore della scala B, quella dove abitavo, che è rotto dal 2007. Rotto vuol dire che funziona, nel senso che sale e scende ma va dove gli pare. Chiunque dei dieci piani di quella scala può schiacciare il pulsante di chiamata in qualsiasi momento, bloccando il viaggio in corso e facendolo andare lì dove è stato chiamato. Quindi è dal 2007 che la gente si trova catapultata in piani del tutto casuali, si affaccia e non sa dove sia.
Oppure capita che apri la porta dell’ascensore e ci trovi dentro chissà chi. L’ascensore della scala B è come un enorme uovo di Pasqua, e si sa che di solito le sorprese nell’uovo di Pasqua sono quello che sono.

Gli ex-mercati generali e, in fondo, il condominio di via Ostiense 103

Tolto Erico, la Sora Leda, i panchinari, Trifone, l’ascensore della scala B, ci stanno i fili delle antenne. Perché, non l’ho detto, ma la vista dai piani più alti è una meraviglia. Si vedono un sacco di cose, un sacco di case, un sacco di monumenti, un sacco di finestre illuminate, tutto circondato dai fili delle antenne che nei decenni si sono rotti e penzolano come ragnatele che incorniciano i balconi. Sporche, consumate, scomode, troppe, proprio come la mia città, spesso come la vita. 

Tolto tutto quello che ho detto, sotto la coltre delle cose sbagliate e disordinate, rimane la giustezza di tutti i giusti di Via Ostiense 103. Tutti loro che, parafrasando con audacia il mio molto amatissimo Borges, non si ignorano e stanno salvando il mondo. Quel tipo di persone che mi ricordano, con accenti diversi e con doppia panatura come i supplì, I giusti della poesia di Borges, quella che fa così:

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

J.L. Borges, “I Giusti”, da “La Cifra”, Mondadori, Milano, 1982

Un mondo piccolo e insieme tanto grande, un mondo che vi consiglio di andare a guardare come si guardano i monumenti, con rispetto e con una certa ammirazione.

Ieri, mentre ci passavo davanti, ho notato una locandina di un film un po’ scollata e un po’ ingiallita, proprio davanti al guardrail. Il titolo dice bello grosso: PARADISE. Mi sono fermata un attimo, mi sono accesa una sigaretta, ho guardato prima il cielo e poi la strada e mi sono sentita a casa.


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