Mezzo Pieno / Il diradamento dell’anima

Con Mezzo Pieno, raccogliamo testimonianze e riflessioni di chi si occupa a vario titolo di editoria, istituzioni, produzione culturale, turismo, inclusione, ricerca scientifica, ambiente, disabilità, psicologia, giornalismo e design attorno alla domanda: cosa possiamo salvare dell’anno della pandemia?

Oggi risponde Barbara Elia, architetta

Il diradamento dell'anima

Il diradamento dell’anima

Ritorna il significato morale della città e dell’imago urbis

Barbara Elia

È quasi l’ora del tramonto e il cielo ci regala quell’azzurro indefinito, compatto che solo il cielo di Roma sa donare. Lame rosse, arancioni, rosa lo attraversano in cerca della miccia per infiammarlo e il travertino della chiesa risalta con vibrazioni violente.
La mano del Rio de la Plata si scaglia prepotente in cerca di protezione, il leone guardingo custodisce la bellezza, il buio nascosto dietro le case aspetta senza fretta di incombere sulla città.
L’aria è fresca, il silenzio assordante, la solitudine assoluta: ma in questa atmosfera surreale e viva, l’occhio osserva i particolari. Come ho fatto a non vederli per tanti anni?
Il cuore si gonfia di stupore e di emozione, distratto solo dal rumore dell’acqua che però adesso diventa un suono tantrico, una compagnia necessaria in una piazza Navona completamente vuota.

E allora mi riscopro ad ascoltare con avido interesse il discorso del silenzio, le alterche linee dell’architettura, così diversa e singolare oggi perché non violata dalla Globalità, dalla necessità frugale dei turisti che in genere sostano ammassati con le loro bandierine per affermare “io ci sono stato”.
E allora riscopro il mio primordiale colloquio tra anima e architettura, senza l’insana precipitazione dei giorni normali, dove si corre e come diceva il Bianconiglio di Alice nel paese delle Meraviglie “non c’è tempo, non c’è tempo!”.
Trattenendo a stento le emozioni che tumultuano il mio spirito interiore, comprendo la gravità della necessità di osservare la bellezza pura per affrancare la mia anima e riappropriarmi dell’Amore per l’architettura, che lo stress della vita quotidiana, la rincorsa affannosa per raggiungere risultati, mi ottenebrava, congelando ogni sentimento.

Stare seduti su una fredda panchina a piazza Navona, completamente soli, suscita una inebriante intima vertigine che nessuna droga potrà mai sostituire.
L’Architettura diventa così cibo per l’anima da assaporare piano piano, per far sì che ogni piccolo dettaglio esploda negli occhi e nella testa: regole, teorie, progetti, costruzioni si declinano semplicemente e – “come andare in bicicletta” – l’occhio dell’architetto ritrova finalmente i dettagli persi, le stratificazioni, all’interno della città, che oggi appare umana rispetto ai “bei tempi”, quando non c’era Lui, il Coronavirus.

Ritorna il senso del Tempo: edifici cinquecenteschi, palazzi, chiese, fontane secenteschi, i colori del mattone, dell’aria, del “can che fugge”, si animano, per ritrovare quell’armonia che è il progetto di città, e ritornano a parlare non solo a me architetto, ma ai romani tutti che hanno vissuto la piazza Navona con le macchine, con gli artisti, con i bambini che giocavano (e io ero tra loro).
Ritorna il significato morale della città e dell’imago urbis al di fuori della società dei consumi che ci ha fatto perdere la centralità dello spazio pubblico e la dimensione urbana; ritorna la scoperta della bellezza e semplicemente come affermava P.A. Renoir: “Il dolore passa, la bellezza resta”.

Fondatrice dello Studio Elia Giancotti, è stata project manager per lo Studio Racheli, Docente della Facoltà di Architettura dell’Università di Roma TRE e ricercatrice presso il Dipartimento di Architettura dello stesso ateneo. Ha all’attivo numerose pubblicazioni, fra le quali Ostiense fra Passato e Futuro, nel quale ha raccolto saggi circa le trasformazioni edilizie del quartiere dal 1970 ad oggi.