La scorsa settimana si è svolta alle Industrie Fluviali About a City, una due giorni dedicata alle pratiche urbane di democrazia organizzata dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in collaborazione con le Industrie Fluviali e con il supporto di Roma Capitale e del Municipio VIII. La premessa era ripensare le città partendo da ciò che già esiste, “da quegli enzimi sociali e progettuali che fermentano nei territori”.
Oltre ai numerosi interventi, fra i quali anche quello dell’ex sindaca di Barcellona Ada Colau, di Andrès Rodriguez Pose, professore di Geografia Economica presso la London School of Economics, della co-fondatrice di Communalism-Network.org Debbie Bookchin, del vicesindaco di Nantes Bassem Asseh, della scrittrice e ricercatrice Igiaba Scego e del co-direttore di Humanity’s Urban Future Simon Goldhill, è stata l’occasione per mettere in moto una discussione trasversale ma organica, attraverso cinque tavoli a cui hanno partecipato decine di operatrici e operatori coinvolti a vario titolo nelle trasformazioni degli spazi e delle modalità di convivenza nelle città e nelle aree interne.
I tavoli erano incentrati su altrettanti temi – democrazia e partecipazione, nuove economie urbane, cultura come bene comune, attivazione giovanile e nuove pratiche urbane, tecnologie democratiche – attorno a cui in questi anni si è sviluppato l’agire sulle questioni della trasformazione urbana che mettono al centro le persone, le comunità, i luoghi e la partecipazione.
I lavori hanno ribadito alcune definizioni centrali per distinguere le dinamiche di partecipazione dalle iniziative di facciata in cui essa non si manifesta concretamente, e rilanciato proposte per orientare la crescita di tali dinamiche – si è parlato, ad esempio, del ricorso a capitali pazienti il cui investimento genera ritorni contenuti ma costanti, sacrificando la speculazione in favore dello sviluppo sociale sul lungo periodo.
Ma, soprattutto, hanno rafforzato la convinzione che, per interagire con le complessità centrifughe delle comunità urbane è fondamentale superare il paradigma centripeto – che a Roma, quasi 1.300 chilometri quadrati di estensione a cui corrisponde uno scarsissimo decentralismo amministrativo, è particolarmente evidente – per approdare a un approccio olistico che risponda all’intersezionalità delle sfide urbane sfumando i contorni che separano politiche culturali, urbanistiche, economiche e sociali.
Come designer culturale, questo cambio di paradigma mi appare particolarmente evidente guardando alla definizione delle politiche culturali di un territorio. Come hanno ricordato Luca Bergamo e Pierluigi Sacco, la cultura non si riduce alla frequentazione di una serie di manifestazioni di lirismo, bellezza e creatività – il patrimonio dei siti storici e archeologici, il teatro, il cinema, la musica, la letteratura, le arti visive – come consolidato dalla classe borghese del diciottesimo secolo. La cultura è un’espressione mutevole nel tempo e nello spazio, un insieme non misurabile di conoscenze, visioni e relazioni con l’esperienza umana che può evidenziare divisioni all’interno di una stessa comunità.
È, soprattutto, inscindibile dalla natura, contrariamente a quanto a lungo sostenuto a partire dal positivismo di fine ottocento. Noi, tutte e tutti, siamo cultura, vi siamo immersi come nel contesto naturale. Attiene al nostro nutrimento, al nostro vivere organico. Se ciò si esprime con particolare evidenza attraverso le espressioni artistiche è per la loro capacità di abbattere i muri percettivi verso il passato, il presente e il futuro, di guardare all’altro e all’oltre di individui e comunità, di creare relazioni di significato che aiutano la percezione del sé e dell’ambiente umano, urbano, naturale, universale in cui siamo immersi. Nonché per le implicazioni biologiche ampiamente studiate.
Le politiche culturali dovrebbero concentrarsi sul garantire l’accesso a questa dimensione inscindibile dalla nostra natura. Non solo al pari di quanto diamo per assodato che (più o meno) avvenga per l’istruzione, la sanità, la mobilità, ma come componente indissolubile di tutto ciò, in un sistema che guardi anzitutto al benessere delle persone, all’interno delle comunità, all’interno dell’ambiente che abitiamo.
In un saggio pubblicato sulla rivista After Image nel 1995, Grant H. Kester, riflettendo sulle modalità di incidenza della social engaged art, dà una definizione delle comunità che può aiutare ad approfondire l’approccio olistico di cui parliamo. Kester parla di comunità a priori, che nascono “non solo come effetto dei poteri significanti del delegato, ma anche come risultato di un processo sociale e culturale altamente complesso”, in contrapposizione a un “sistema centrale che non ne riconosce esistenza e dignità”.
I cinque tavoli di About a City, da cui sono emerse tante valutazioni e riflessioni incredibilmente aderenti e coincidenti fra loro, riaffermano un principio semplice ma irrinunciabile: la permeabilità degli aspetti che governano, alimentano, supportano le nostre vite, l’essenzialità di un’analisi interdisciplinare per “comprendere meglio la natura delle relazioni delle persone con il luogo e per sviluppare una visione più olistica di come tali relazioni influenzano le nostre esperienze del luogo e il successo delle nostre comunità”. Sono parole di Lynne C. Manzo e Douglas D. Perkins pubblicate dal Journal of Planning Literature nel maggio 2006 e a cui vorrei affidare – tramite una mia traballante traduzione – la chiusura di questa riflessione.
“Un approccio di questo tipo, che definiamo prospettiva ecologica, coinvolgerebbe diversi livelli di analisi (individuo, gruppo/organizzazione, comunità/quartiere e città/regione/società) ed esaminerebbe diversi ambiti ambientali (ovvero gli aspetti fisici, sociali, politici ed economici delle nostre comunità). Considerando più ambiti e livelli in un contesto olistico, è possibile ottenere una comprensione più completa dei fenomeni che riguardano i quartieri e le comunità. Ciò è fondamentale per il successo delle iniziative di pianificazione e sviluppo comunitario, poiché i fenomeni comunitari si verificano simultaneamente a tutti questi livelli. Con questo approccio possiamo vedere meglio come i quartieri e l’interesse per il loro miglioramento/benessere possano diventare il terreno comune – in senso letterale e figurato – tra residenti e pianificatori diversi, nonché il terreno comune di esplorazione tra studiosi e professionisti che si occupano dello sviluppo umano e comunitario”.
Gabriele Scorzoni
Designer culturale, già cultural manager delle Industrie Fluviali, è fondatore di Anita, con cui costruisce reti per l'innovazione dell'approccio progettuale nelle azioni culturali con impatto sociale, nelle pratiche di arte nello spazio pubblico e di quelle a carattere partecipato.