Artesella, lo spirito del luogo


Artesella, lo spirito del luogo
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ARTESELLA è la manifestazione del contemporaneo in montagna, a 1000 metri s.l.m.
Siamo in un bosco del Trentino, in Val di Sella: da Malga Costa (un tempo alpeggio e dal 1998 spazio espositivo e punto di ritrovo per i visitatori) parte un chilometro di sentiero ad anello, popolato da installazioni di arte contemporanea. Quattro chilometri più in basso c’è il giardino di Villa Strobele, con le opere che la circondano e un altro sentiero artistico, il Montura, a collegare le due aree.
Nella più che trentennale attività dell’associazione, tra mostre temporanee e percorsi permanenti, si sono susseguiti artisti e architetti invitati da tutto il mondo. La storia iniziò nel 1986 con il progetto arte nella natura da parte di un gruppo di amici. Dieci anni più tardi c’è il primo sentiero forestale pronto. Il cerchio si è allargato nel tempo e, dopo altri venti anni, la Provincia Autonoma di Trento ha appoggiato i lavori di ripristino della Villa storica della metà dell’Ottocento, giardino incluso. Proprio dove, con consulenze scientifiche dal Politecnico di Milano, è avviato il progetto tutt’ora attivo di Artesella Architettura.

La mia esperienza con l’arte contemporanea di ARTESELLA è avvenuta sotto un cielo grigio di pioggia e un sole zenitale a seguire. Dico esperienza perché non è una semplice visita, ma un vivere le opere, un girarci intorno, andarci dentro e farne parte. Non si può parlare di vera e propria Land Art, che modifica il paesaggio e poi svanisce nello stesso ambiente di cui è materia. Si tratta piuttosto di operazioni artistiche nella natura con elementi naturali. Aiutate nel proprio sviluppo, ma con una certa libertà poi lasciata al caso. Tra i princìpi cardini che ispirano l’attività di ARTESELLA si legge:

“L’artista non è protagonista assoluto dell’opera d’arte ma accetta che sia la natura a completare il proprio lavoro”.

La Val di Sella sale stretta dalla Valsugana, che in basso ha il Brenta e coltivazioni del noto mais per la polenta. Su, i larici in autunno si fanno d’oro, prima di perdere i ciuffi d’aghi nei mesi freddi. Il foliage, la neve d’inverno o i prati in fiore danno nuovi stimoli e visioni alle opere d’arte, e nuove commissioni aggiungono un motivo per tornarci ancora, come anche il riconoscere quelle già viste ma cresciute e mutate nel tempo. Un tempo ciclico, di vita connessa alla terra. E un tempo meteorologico, che può essere ostico.
Ricordo Vaia (e non chiamatela tempesta, ascoltate qui L’Urlo di Vaia, nell’opera audio di OFFICINADIDUE): fu appena due anni fa, e ricorre a fine ottobre il suo passaggio. Un’alluvione e un vento a 200 km/h portarono via alberi e installazioni. Il vecchio percorso ArteNatura, sotto il Monte Armentera, è stato cancellato. Ma ARTESELLA si è rialzata e sembra non esserci più il segno di quel disastro (al Passo Manghen, poco più su, si vede eccome).

Un anno dopo aveva un Tresoldi, per fare un esempio.
Chi è EDOARDO TRESOLDI? Trentenne di Milano, sta spopolando per i suoi capolavori eterei e trasparenti, architetture della non materia, della materia metafisica, come puntualizza.
Passando a Roma, è esposta una sua cupola segmentata (e illuminata ad hoc dopo il tramonto) in Back to Nature, mostra temporanea tra i lecci di Villa Borghese. Scendendo a Reggio Calabria, quest’anno ha reinterpretato il lungomare sullo stretto di Messina con un percorso permanente di colonne classiche che accompagnano in una pausa meditativa. Aperto a diversi linguaggi e collaborazioni, interdisciplinare nell’approccio, è stato premiato per l’operazione nel ridare vita alla Basilica di Siponto (FG), nell’area archeologica omonima, chiamato lì nel 2016 dal MiBACT per dare all’antico, ormai solo in pianta, un alzato in veste leggibile, moderna, e non invasiva. Sfruttare la trasparenza della rete metallica è lo stilema che lo caratterizza, presente anche ad Artesella in Simbiosi. Qui inoltre la base è parzialmente riempita di ciottoli bianchi locali che danno voce alla solidità del luogo, alla sua materia costituente, alla sua forza, che entrano nell’opera e parlano grazie a questa. Non essendoci un tetto, come sempre nei suoi lavori, un momento di pioggia è un regalo sul viso. Come per la cupola di AENEAS WILDER, la Stanza del cielo di CHRIS DRURY, la Cattedrale Vegetale di GIULIANO MAURI. Illuminanti le parole di quest’ultimo:

“Come nascono le mie opere? Casualmente, credo. Si va lì, si vede il posto, ci si ragiona sopra. Non è mai questione di inventare ma piuttosto di scoprire, di cogliere qualcosa che c’è già, di sentirlo. E poi di dargli corpo”

Giuliano Mauri, dall’intervista su Mag, n.3, 2007

Mauri è mancato nel 2009 ma la sua cattedrale gotica a ottanta colonne di alberi continua a vivere, e i suoi archi a sesto acuto di rami continuano a crescere in altezza.

Non ci vuole abilità ma una certa predisposizione nel sentire il luogo. Il sottobosco svela forme accoglienti: nidi, semi, sfere, rifugi, cornici, strutture semi-abitabili, passaggi facilitati, che amplificano la loro energia in uno spazio senza barriere.

“Se ti siedi serenamente accanto ai bozzoli, puoi sentire che una nuova vita inizia a muoversi nel bosco di Artesella”

Ueno Masai, catalogo ed. 2005

Come puntatori nel cielo e sui monti circostanti, tutte queste opere danno un punto di vista adeguato attraverso il quale guardare. È la supercomunicazione artistica che ci parla, che non è univoca ma dà spazio alla libera interpretazione. Anzi, lascia un vuoto. Perché il vuoto può essere accogliente: abbandonato il terrore iniziale, vi si trova lo spazio appropriato per lo spirito.
Il contesto ambientale è significativo per queste opere site-specific, e il luogo è selezionato in un’azione congiunta tra il direttore artistico e l’artista. Il luogo è centrale perché fa parte dell’opera. Lo si percepisce appieno prendendo il sentiero tra costruzioni fantastiche, inimmaginabili, tutte in proporzioni adeguate, senza prevaricazioni, in giusta scala. E benché i loro autori provengano dai quattro capi del mondo (dal Giappone alla Germania, dalla Francia allo Sri Lanka, dal Brasile al Belgio, dagli USA alla Norvegia etc. etc., partecipazioni nazionali incluse) questi lavori parlano tutti la stessa lingua: hanno segni simili, operano su una riformulazione dei codici linguistici della natura, come se fossero traduttori innovativi per portare il linguaggio a metà tra noi e la natura, a renderlo comprensibile.

Coesistenze senza tensione, queste opere sono fatte di armonia edificatrice. E sapete cosa ha di unico una manifestazione d’arte del genere, in questo contesto? Il regalare sorprese. Le opere compaiono e scompaiono. Abitano il bosco. Nonostante i riferimenti indispensabili (il sentiero, la mappa all’ingresso, la segnaletica discreta, i visitatori colorati a vista) ci si deve guardare intorno, si può cambiare strada, tornare indietro, salire e scendere, scegliere – e scoprire.

Ad esempio bisogna seguire l’albero al quale si appoggia Attraversare l’anima di WILL BECKERS, le cui fascine si fanno coda e varco – per poterci entrare. Per avere una visione d’insieme del Terzo Paradiso – La trincea della Pace di MICHELANGELO PISTOLETTO bisogna salire su un’altura: ed ecco il tipico segno dell’infinito (a cui è aggiunto l’occhio centrale di connessione) tagliato nella radura da cui si alzano fiori. Un altro solco, non lontano, di una vecchia trincea della Grande Guerra è percorribile, sì, ma i due triangoli identici del Quadrato di RAINER GROSS rallentano l’incedere in una pausa sulla Storia.

Kodama (ovvero “lo spirito dell’albero”, in giapponese) di KENGO KUMA appare come un rompicapo modulare. Distrutto da Vaia, è stato riportato in vita in breve tempo.  È fatto in larice locale. Stesso materiale per il labirinto di MICHELE DE LUCCHI, Dentro Fuori, un muro che serpeggia tra gli alberi, con porte e finestre. La Fontanella Sottsass, modesta nelle sue forme semplici, forte nel granito, è proprio di ETTORE SOTTSASS.

Artesella, lo spirito del luogo
Michelangelo Pistoletto, Terzo Paradiso La Trincea della Pace

Gli odori e i suoni dell’ambiente esterno identificano il luogo aumentando gli stimoli in una percezione estesa. Per dire: la terra bagnata sotto il cerchio di JAEHYO LEE o intorno al Solstizio di ROBERTO CONTE irradia il suo profumo da ramo a ramo. Il vento tra gli alberi parla agli stick-works (lavori di ramoscelli) in Tana libera tutti di PATRICK DOUGHERTY. Richiami di uccelli portano alla Radice comune di HENRIQUE OLIVEIRA suggerendo il magnifico artificio celato sotto cortecce di quercia, a formare un nodo surreale.

E poi c’è il genius loci che accoglie noi e le opere nel suo territorio, con la sua vitalità, quasi una protezione silente e sospesa, attivatore di aperture mentali.
Potrebbe funzionare anche in città la soluzione di Artesella? Uguale sicuramente no. Ma può essere un buon esempio nello spirito di relazionarsi alla natura, “con il massimo rispetto e senso di responsabilità” (come recita il catalogo), per avviare soluzioni virtuose, ascoltando di volta in volta il genius loci differente, e sviluppare arborescenze locali.


Pause Verdi è la rubrica che Biosfera dedica ai luoghi che interrompono le conformità dell’ordito urbano. Pause che sono la poesia di una città, l’accapo di un verso nel senza fiato quotidiano. Nel nostro horror vacui fanno da inciampo, motivo di incontro con gli altri e con noi stessi. Piazze, aree verdi, strutture rigenerate: luoghi di aggregazione, meditazione, connessione con la città e la contemporaneità. Una cesura nei vari livelli di isolamento e autosegregazione che caratterizzano le strade e le palazzine dei centri urbani.

Autore

Storica dell'arte e autrice di base a Roma, ama viaggiare in solitaria per nuove ispirazioni. Scrive articoli, racconti e poesie. Ha pubblicato rubriche per Exibart on Paper, Inside Art, Arte e Cronaca, Marco Polo. Specializzata in arte contemporanea con master in business, è tour designer e guida turistica a Roma per visite private, e collabora a programmi di Università italiane e statunitensi.